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Un folk leggero, leggerissimo eppure solido, con la chitarra acustica suonata a ritmi veloci. Si sente l’Irlanda, ma non solo. Le variazioni continue, i cambi di ritmo, il cantato corale della parte finale fanno di High Horses di The Swell Season (duo composto dall’irlandese Glen Hansard e dalla ceca Markéta Irglová) un piccolo gioiello da suonare in locali fumosi a tarda notte, davanti ad un pubblico che non ha sonno e se ne andrà solamente quando la musica finirà.
Collegamenti: http://en.wikipedia.org/wiki/The_Swell_Season http://www.myspace.com/theswellseason http://www.theswellseason.com/
La maggior parte delle volte la musica che ascoltiamo è miscelata agli immancabili rumori che ci circondano. Qualche volta la nostra mente riesce a filtrare il brano, ma tante altre volte la musica si fonde con rumori e suoni di fondo creando versioni uniche del brano adattate a quell’ambientazione sonora specifica. Molti musicisti, sin dall’inizio del novecento, hanno giocato con questo fenomeno intromettendo nei loro brani interferenze sonore varie come clacson, rumori di traffico, suoni di graffi su dischi di vinile, salti falsi da un solco all’altro, rumori radio, squilli di telefono, brusii TV, pezzi di sermoni di telepredicatori, esorcisti e molto altro ancora. Penso che il senso di tutto ciò sia creare un mood sonoro, un ambientazione d’ascolto o solo una piccola meraviglia per coloro che scoprono questi giochi. Vi sono rumori, come l’interferenza delle onde radio dei cellulari un attimo prima che questo squilli che sentiamo anche se abbiamo le cuffie. Sparrow look up the machine dei Flaming Lips, dal loro recente album Embryonic, è una grande canzone pop-rock con arrangiamento sui generis. Chitarre al limite della distorsione con ritmi in levare, voci filtrate sullo sfondo a cantare poche semplici frasi di testo come un mantra, batteria con ritmi ruvidi che non assecondano affatto quelli della chitarra. Vocalizzi animaleschi. Atmosfere Kraut.
Ma voglio sottolineare quell’ interferenza verso i 2 minuti e 40 secondi che se stai sentendo il brano in macchina ti fa prendere il cellulare in mano, sei quasi sicuro che il telefono tra un istante squilerà e invece no, è una burla dei nostri Flaming Lips. Sanno che attendiamo una telefonata, sanno che siamo un po’ sempre in attesa di una telefonata. Gli ascolti successivi ci fanno apprezzare quel rumore anche musicalmente.
Il Malawi è uno stato repubblicano africano senza sbocco sul mare, grande un terzo dell’Italia e con più di 11 milioni di abitanti che vivono con un dollaro al giorno. La capitale del Malawi si chiama Lilongwe. Laggiù, Esau Mwamwaya suonò la batteria in alcune band prima di trasferirsi a Londra dove aprì un negozio di oggetti usati a Clapton. Un giorno un signore di nome Etienne Tron comprò una bicicletta usata da Esau e fece amicizia con il negoziante. Etienne è un DJ belga di un duo chiamato Radioclit assieme a Johan Karlberg. I protagonisti di questa storia divennero amici e decisero di chiamarsi The Very Best. E’ riduttivo classificare il loro primo album Warm Heart of Africa come World Music. Ripensandoci il termine stesso World Music è di fatto privo di senso e propongo una petizione per la sua abolizione. La musica è un’espressione artistica e, come tale, “contaminata e contaminante”, risultato di secoli di storia umana e incontri tra sensibilità e sentire diversi. Tutto è world music, dalla canzone in vernacolo toscano all’ultimo pezzo di Stefani Joanne Angelina Germanotta (si, proprio lei: Lady GaGa). Detto questo The Very Best sono fenomenali e contagiosi. Africa ed Europa, Elettronica e tradizione si incontrano, fanno ballare ed evocano momenti e paesaggi del caldo cuore africano.
The Very Best – Yalira (da Warm Heart of Africa)
Collegamenti: http://profile.myspace.com/index.cfm?fuseaction=user.viewprofile&friendID=173297045 http://en.wikipedia.org/wiki/The_Very_Best
Un mio lontano amico mi ha chiesto, via SMS, di inviargli la lista dei 10 dischi, via e-mail, che mi sono piaciuti di più nel 2009. Ovviamente non gli ho mandato nulla. Il mio amico è sprofondato ancora più lontano perché la modalità della sua richiesta era stata oltremodo antiestetica. Comunque se non fosse stato per questo forse non sarei stato in grado di mandargli la lista: mi accorgo di non avere una lista dei 10 dischi migliori del 2009. Ne ho ascoltati tantissimi, anche per fare fronte al mio impegno su QCS, mi sono piaciute un sacco di canzoni ma non ci sono 10 CD che mi sono piaciuti, forse solo 2 o 3. Tra questi, lo avrete già capito, c’è Tow Dancers dei Wild Beasts. Pertanto torno ancora a parlare di loro per segnalarvi Hooting and Howling. L’inizio è la parte migliore della canzone: un’essenzialità degna di Antony, basso e voce, poi entra un piano solenne, solo in seguito la canzone prende la sua forma ritmata a tratti danzabile. Una melodia fluida e scorrevole, un riff di chitarra facile costellato da suoni che vibrano come bolle di sapone o bolle d’aria sott’acqua: Molto appropriato il bellissimo video della canzone per descrivere la tipologia dei suoni utilizzati, Bellissimo l’uso delle luci che creano controluce e trasparenze affascinanti.
Carry me hooting and howling to the river to wash off my hands of the hot blood, the sweat and the sand Any rival who goes for our girls will be left thumb sucking in terror and bereft of all coffin bearers
A crude art, a bovver boot ballet – equally elegant and ugly I was as thrilled as I was appalled, courting him in fisticuffing waltz. Now I’m not saying the lads always deserve a braying. And I’m not saying the girls are worth the fines I’m paying.
We’re just brutes bored in our bovver boots. We’re just brutes clowning ’round in cahoots. We’re just brutes looking for shops to loot. We’re just brutes hoping to have a hoot
Un Pink Lady seduti sulla sdraio a bordo piscina, al diavolo la routine della vita, il bollo dell’auto, la bolletta del gas, la televisione. Al diavolo i politicanti e le municipalizzate, i convegni sulle buche nelle strade. Al diavolo quel telegiornale che continua a urlarmi nell’orecchio brutte cose. E’ l’eclettico Alessandro Magnanini che ci regala un notevole lavoro retrò (l’album Someway Still I Do) che sa tanto di colonna sonora sixties, di vite in fuga, di lounge bar. Secret Lover è interpretata magistralmente da Jenny B. (vincitrice a Sanremo giovani 2000) e sembra che da un momento all’altro possa entrare in stanza un James Bond o un viaggiatore a tempo pieno, di quelli che la vita è fatta di sguardi intensi, buon cibo, ricordi sfilacciati e sogni dimenticati.
Alessandro Magnanini Secret Lover (feat. Jenny B)
Collegamenti: http://www.myspace.com/ilduka