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Non sono affascinato dal misticismo e dall’esoterismo. Non sopporto molto neanche gli sballatoni tutti dread e ganja. Tantomeno quelli che vivono isolati ai bordi del deserto del Mojave a caccia di peyote. Queste cose hanno il sapore di un’ortodossia e di una rigidezza lontana da me. Insomma mi sono sorpreso molto quando le mie orecchie mi hanno portato al cospetto di Gonjasufi, un nome repellente che è tutto un programma. Le mie orecchie, vi dicevo, mi hanno condotto fino a lui e ne sono rimasto affascinato perché l’album del maestro di yoga Sumach Valentine, alias Gonjasufi appunto, dal titolo A sufi and a killer, è una delle cose più belle uscite nel 2010. Gonjasufi ha un anima blues ricoperta dai più svariati strati musicali, presi da epoche e da posti diversi. Gongjasufi ha una voce dalle infinite coloriture, a metà tra Screamin’ Jay Hawkins e Horace Handy ma con la gola abrasa dall’abuso.
Vi propongo, per inizairvi a questa religione, il pezzo più dub dell’album: Kobwebs, con una batteria blues/progressive, andamento ripetitivo e rituale, sinuoso come una danza derviscia, che ricorda le bellissime contaminazioni degli ultimi anni di vita di Nusrat Fathe Ali Khan.
Sembra di entrare in un vecchio laboratorio pieno di strumenti rumorosi, di ferri che sbattono tra di loro, seghe elettriche in movimento perpetuo. Il ritmo c’è, eccome! ma è difficile capire se è voluto o no, il caos regna sovrano in questa profondissima, nerissima, metropolitana, gospel, soul, funk, punk Sinister Kid dei The Black Keys. Contaminazioni di artigiani non più giovanissimi che amano il loro lavoro e ti fanno entrare nel laboratorio in pieno fermento. Sembrano dieci ma sono solo due, non sbagliano un colpo, hanno una chitarra a forma di spada che tirano fuori quando meno te lo aspetti e ti fa saltare sulla sedia. Musica disordinata per uomini disordinati.
Sinister Kid dei The Black Keys (da Brothers)
http://it.wikipedia.org/wiki/The_Black_Keys
Così Mucca, cioè So Cow, è un artista Irlandese che ama girovagare per le strade del mondo, ma ha messo la testa a posto (forse) e ha pubblicato recentemente un omonimo album nel quale ha infilato una serie di amabili brevi canzoncine. Tra queste 4 o 5 veramente buone. Se prendete un po’ di folk, di Punk, di low-fi, di scanzonatezza, di Elvis Costello primissima maniera, di Billy Brag, miscelate il tutto, poppizzate per almeno 10 minuti, rivedete e correggete, aggiornandolo ai nostri giorni, ecco che otterrete SoCow. Il brano iniziale, Casablanca, ha sicuramente il sapore di un singolo, lo potete trovare su YouTube facilmente. Purtroppo non sono riuscito a trovare invece il brevissimo brano che piace a me più di tutti gli altri, cantato in coreano: Ja Ju Ah Pa Yo. In questo brano c’è un sapientissimo uso del glissato che non è facile trovare in ambito pop. E’ un particolare effetto musicale che si può ottenere solo con alcuni strumenti musicali o con la voce. Praticamente il passaggio graduale da una nota ad un’altra. C’avete presente l’attacco con il clarinetto di Rhapsody in blue di Gershwin? Ecco quello è un glissato. Ja Ju Ah Pa Yo è veloce, allegra, malinconica, strana e originale: un perfetto viatico per questa estate.