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Fratelli
Scritto da pim il 04 Lug 2010

E come fai a non parlarne di nuovo? dopo Sinister Kid pesco ancora da Brothers, il favoloso album dei The Black Keys.
E come succede di rado (ricordate i Midlake di qualche mese fa?) facciamo uno strappo alla regola e suggeriamo due pezzi:
Too Afraid To Love You in affascinante versione studio bianco e nero da brividi registrato al Muscle Shoals Sound Studio (quelli di Wilson Pickett, Aretha Franklin e Rolling Stones) e Tighten Up (video ufficiale). La voce di Daniel Auerbach è irresistibile, fatta apposta per questa musica sporca, gracchiante e sensuale.

Puoi ascoltarle qui:
http://www.youtube.com/watch#!v=NnzIrRykilA
http://www.youtube.com/watch#!v=mpaPBCBjSVc

Contaminated Dub
Scritto da joe il 27 Giu 2010

GonjasufiNon sono affascinato dal misticismo e dall’esoterismo. Non sopporto molto neanche gli sballatoni tutti dread e ganja. Tantomeno quelli che vivono isolati ai bordi del deserto del Mojave a caccia di peyote. Queste cose hanno il sapore di un’ortodossia e di una rigidezza lontana da me. Insomma mi sono sorpreso molto quando le mie orecchie mi hanno portato al cospetto di Gonjasufi, un nome repellente che è tutto un programma. Le mie orecchie, vi dicevo, mi hanno condotto fino a lui e ne sono rimasto affascinato perché l’album del maestro di yoga Sumach Valentine, alias Gonjasufi appunto, dal titolo A sufi and a killer, è una delle cose più belle uscite nel 2010. Gonjasufi ha un anima blues ricoperta dai più svariati strati musicali, presi da epoche e da posti diversi. Gongjasufi ha una voce dalle infinite coloriture,  a metà tra Screamin’ Jay Hawkins e Horace Handy ma con la gola abrasa dall’abuso.

Vi propongo, per inizairvi a questa religione, il pezzo più dub dell’album:  Kobwebs,  con una batteria blues/progressive, andamento ripetitivo e rituale, sinuoso come una danza derviscia,  che ricorda le bellissime contaminazioni degli ultimi anni di vita di Nusrat Fathe Ali Khan.

Solo per uomini disordinati
Scritto da pim il 20 Giu 2010

Sembra di entrare in un vecchio laboratorio pieno di strumenti rumorosi, di ferri che sbattono tra di loro, seghe elettriche in movimento perpetuo.
Il ritmo c’è, eccome! ma è difficile capire se è voluto o no, il caos regna sovrano in questa profondissima, nerissima, metropolitana, gospel, soul, funk, punk Sinister Kid dei The Black Keys. Contaminazioni di artigiani non più giovanissimi che amano il loro lavoro e ti fanno entrare nel laboratorio in pieno fermento. Sembrano dieci ma sono solo due, non sbagliano un colpo, hanno una chitarra a forma di spada che tirano fuori quando meno te lo aspetti e ti fa saltare sulla sedia. Musica disordinata per uomini disordinati.

Sinister Kid dei The Black Keys (da Brothers)

http://it.wikipedia.org/wiki/The_Black_Keys

Sogni perduti durante notti insonni
Scritto da pim il 30 Mag 2010

CeresAnche noi abbiamo i nostri Tom Waits, le nostre chitarre sbilenche, le notti senza fondo che non portano a niente. Da Caserta con furore, Riccardo Ceres sbarca con un blues tarantellato fatto di sogni perduti durante notti insonni, di fantasmi cavalcati e di caffè nero.
Anche noi abbiamo un vocione che insegue una fisarmonica in locali piccoli e senza luce e ci dice (lo sapevate?) che ragionando non si può parlare d’amore.
E’ un’occasione come un’altra per giocare a dadi con i pensieri e con noi stessi. Perchè l’occasione crea dei sogni però a volte sono sbagliati.

Riccardo Ceres – Il Sonno ( da “Riccardo Ceres in James Kunisada Carpante”).
La puoi ascoltare su MySpace (http://www.myspace.com/rceres)

Signorina ci svegliamo, lo prendiamo sto caffè. Stete nera? Bevete nero che la soluzione c’è e lo zucchero vi riempie, e poi non capite niente, come al letto con il diavolo come fosse un filtro magico, che v’ho messo tra le dita giusto in men che se ne dica e non ve ne siete accorta di portarvelo alla bocca che Leonardo di pingeva diciassette volte al giono, vi ho guardato come un cieco e voi abbandonata al sonno. E v’ho vista, dormivate, abbracciata dall’estate e le nuovole, lì attorno, serbar luce al nuovo giorno eravate notte fresca che mi coccolava il cuore troppo in ansia per la fretta di lasciare la ragione la ragione la lasciamo a chi vuole ragionare :” Brigadiè, ragionando non si può parlar l’amore.” E di nuovo signorina che ne dite ci svegliamo sulla tenda spinge il giorno evoi abbandonata al sonno. Vizzie muzzeche capate vas’ belll’ svulinate vocca e mare voccaa bella ‘pe stu marenaro e stelle stelle e cielo stelle e terra’ pe abballà sta tarantella nnammurata sguajatella, ‘pe vuje che site a cchiù bella Signorina lo sapevo che si freddava il caffè pure tanto abbiamo fatto per non fare si che è e la mente lo diceva che la tratteneva il cuore pulcinella mio dell’anima m’ha fregato all’occasione l’occasione crea dei sogni però a volte sò sbagliati sulla pietra detta mondo, pure i sogni controllati. ” Miei sigori dela corte sono pronyo per la gogna. So fetente sò carogna, preerisco sogni e sonno.” Vizzie muzzeche capate vas’ belll’ svulinate vocca e mare vocca bella ‘pe stu marenaro e stelle stelle e cielo stelle e terra’ pe abballà sta tarantella nnammurata sguajatella, ‘pe vuje che site a cchiù bella Vizzie muzzeche capate, uè maronna e che capate da lu suonn’ site asciuta parevate appena nata secuta luna, secuta o’ sole, ‘pe chi vole ffa l’ammore ‘che pensiere e che’ virtù pò’ nun ve veriette chiù.

Fuga da un mondo impossibile
Scritto da pim il 04 Apr 2010

E’ la storia di un bambino che assistette all’uccisione del padre durante una sollevazione popolare, vide un film western nel quale un cowboy suonava una chitarra, se ne costruì una tutta sua con pezzi di fortuna, e fuggì.
Ancora una fuga. Quella di un gruppo di tuareg del Mali che amarono così tanto la loro musica, ascoltarono dischi blues e rock rimediati chissà dove, si costruirono chitarre, si guardarono intorno e videro deserto, armi, fame e sangue.
E non potevano che chiamarsi Tinariwen (dal Tamashek: “deserti”, plurale di Ténéré). Esiliati, scapparono inseguiti poi tornarono sempre armati delle loro chitarre e del loro modo di combattere, dall’Algeria alla Libia suonarono nei campi di addestramento dell’esercito, profughi di un mondo impossibile da capire e difficile da cantare.
Come bagaglio di viaggio ferite umane e personali e una gran voglia di raccontare, miscelare, condividere, ballare, costruire, colorare, riempire vuoti.
Tinariwen – Lulla (da “Imidiwan: Companions”)

http://www.tinariwen.com/
http://www.myspace.com/tinariwen

Sottrazione
Scritto da joe il 07 Feb 2010

KypMalone1 Certo ci vuole un bel coraggio ad intraprendere un progetto solista se si proviene da una delle band più apprezzate del momento. Kyp Malone, uno dei componenti più caratterizzanti dei TV on the Radio ha pubblicato recentemente un album a nome Rain Machine. E’ inevitabile purtroppo fare dei confronti ma se l’è cercata. Rain Machine è un percorso originale rispetto alla casa madre da cui si distanzia pur tuttavia mantenendo una certa assonanza. Un’operazione difficile ma tutto sommato riuscita. Dell’album non mi piace tutto e soprattutto, non mi piace quanto “Dear Science”, devo dire però che uno dei primi brani in scaletta “New last name” è bellissimo: Malone suona tutto da solo, da semplici legnetti che costituiscono per gran parte del pezzo l’unica percussione, alle due chitarre, una che gioca ad acchiapparello con la melodia e l’altra che si avvolge a spirale intorno alla prima con semplici arpeggi. Tutto ruota attorno alla sua incredibile voce nera e molto root, a quel modo quasi percussivo di cadenzare e di sottolineare le consonanti, ai suoi emozionanti falsetti.

Rain Machine e i TV on the radio sono simili ma opposti, sono come due facce di una stessa medaglia, negativo e positivo di una stessa immagine. In contrasto con ciò che avviene nei TV on the radio dove l’aggiunta di vari strati di suono costituisce la trama complessa delle loro canzoni riempendo di suoni tutto il tempo e lo spazio, in questa canzone si fa notare il lavoro di un sapiente Malone che ha saputo limare con attenzione e pazienza tutto il superfluo per fare emergere una bellezza pura ed essenziale.

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