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Contaminated Dub
Scritto da joe il 27 Giu 2010

GonjasufiNon sono affascinato dal misticismo e dall’esoterismo. Non sopporto molto neanche gli sballatoni tutti dread e ganja. Tantomeno quelli che vivono isolati ai bordi del deserto del Mojave a caccia di peyote. Queste cose hanno il sapore di un’ortodossia e di una rigidezza lontana da me. Insomma mi sono sorpreso molto quando le mie orecchie mi hanno portato al cospetto di Gonjasufi, un nome repellente che è tutto un programma. Le mie orecchie, vi dicevo, mi hanno condotto fino a lui e ne sono rimasto affascinato perché l’album del maestro di yoga Sumach Valentine, alias Gonjasufi appunto, dal titolo A sufi and a killer, è una delle cose più belle uscite nel 2010. Gonjasufi ha un anima blues ricoperta dai più svariati strati musicali, presi da epoche e da posti diversi. Gongjasufi ha una voce dalle infinite coloriture,  a metà tra Screamin’ Jay Hawkins e Horace Handy ma con la gola abrasa dall’abuso.

Vi propongo, per inizairvi a questa religione, il pezzo più dub dell’album:  Kobwebs,  con una batteria blues/progressive, andamento ripetitivo e rituale, sinuoso come una danza derviscia,  che ricorda le bellissime contaminazioni degli ultimi anni di vita di Nusrat Fathe Ali Khan.

Cronaca di una ballata
Scritto da pim il 21 Mar 2010

Calma e nervosismo. E’ difficile stare in equilibrio, cantare con un unico registro, arrivare in fondo sensa sussulti. Una ballata a metà tra Jethro Tull e Kate Bush ma con una sua drammatica, sotterranea originalità.
La cantante siede con la sua arpa davanti ad un gruppo di pochi spettatori ma è come se fosse in piedi da sempre. Il pianoforte entra prepontemente sui 4.00 senza essere stato chiamato, il pianista si scusa per l’intrusione. Le corde dell’arpa continuano ad essere pizzicate, il piano entra ancora ma la voce comanda.
Alti e bassi, discese e salite, acuti che prendono il volo, quasi fosse black music e invece siamo in un bosco medievale popolato di folletti, soldati innamorati, un’oscurità pronta a esplodere in un mondo di caos senza leggi.
La cantante non sa se urlare di rabbia o sussurrare, è in bilico. Gli spettatori ascoltano in silenzio e non capiscono il testo; lei accortasi di questo, li guarda e dice: “non cercate di capirmi, se siete qui è perchè non avete mai capito voi stessi”.

Joanna NewsomSoft as Chalk (dal nuovo album triplo “Have One on Me“)
Il mio primo post su questo blog è stato 3 anni fa e scrissi proprio della bellissima Emily di Joanna Newsom
http://www.quellochesento.it/2007/02/le-onde-anomale-e-il-mare-calmo/

Mi hai strizzato troppe volte
Scritto da pim il 02 Mar 2007
I ragazzi della guerra fredda. Da Los Angeles o giù di lì. Visto solo l’aeroporto di Los Angeles. Roba già sentita ma dove? Tom Waits? Nick Cave? Dall’aereo non si vede la fine. Di Los Angeles. Troppe luci. C’è un pianoforte contro corrente (controtempo è una brutta parola) e un basso imperante. C’è una chitarra che ogni tanto si sveglia. Ecco, ho trovato: i Velvet. No. Non sono loro! Picchiano più duro di quel che sembra i Cold War Kids. Sono al loro primo album lungo (Robbers & Cowards) dopo vari EP. Hang me up dry è un po’ stralunata, un po’ blues, un po’ jazz. Non conosco il pianista ma è ubriaco fradicio. Oppure è un piano a coda lunga che ha preso acqua, in alto mare, disse un avvocato.
Grande voce, ti prende, ti abbandona e poi ti abbraccia ancora. Abbraccio duro, fa un po’ male. Taglia. Non sai se sta arrivando il ritornello o se il pezzo è finito. Ora appendimi ad asciugare, mi hai strizzato troppe troppe volte. Come amarsi o come non amarsi più, accanto alla lavatrice.
Sono più giovani di quel che sembra i Cold War Kids. Gran bel pezzo.
La puoi ascoltare qui:
Le onde anomale e il mare calmo
Scritto da pim il 03 Feb 2007
Improvvisi picchi vocali e crescendo solo in apparenza caotico, archi che si scontrano con la voce, dodici minuti a scardinare la struttura del pezzo moderno. Non c’è ritornello e non c’è normale strofa in Emily di Joanna Newsom, suonatrice di arpa, voce difficile e bellissima.
Non è rock e non è folk ma musica fluida, e a strati, con strattoni improvvisi, onde anomale in mare calmo. Emily è spiazzante come l’intero disco che la contiene (Ys), fatto di 5 non-canzoni dai 9 ai 13 minuti; dà un senso di inquietudine al primo ascolto, talmente diversa dai pezzi mtvizzati che hanno chiuso le nostre orecchie.
La ventiquattrenne californiana scrive un racconto-poesia allegorico fatto di allodole e animali di stagno, si siede in riva al fiume accanto ad Emily che fa saltellare piccoli sassi sulla superficie dell’acqua e conosce i nomi delle stelle. Un racconto profondamente simbolico e, sostiene l’autrice, biografico: “a very personal reaction to real life”.
Tutto questo suona nuovo e dopo il primo ascolto (ostico ma intrigante) viene una gran voglia di ascoltarla nuovamente, e di ricordarla a lungo.
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