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Non sono affascinato dal misticismo e dall’esoterismo. Non sopporto molto neanche gli sballatoni tutti dread e ganja. Tantomeno quelli che vivono isolati ai bordi del deserto del Mojave a caccia di peyote. Queste cose hanno il sapore di un’ortodossia e di una rigidezza lontana da me. Insomma mi sono sorpreso molto quando le mie orecchie mi hanno portato al cospetto di Gonjasufi, un nome repellente che è tutto un programma. Le mie orecchie, vi dicevo, mi hanno condotto fino a lui e ne sono rimasto affascinato perché l’album del maestro di yoga Sumach Valentine, alias Gonjasufi appunto, dal titolo A sufi and a killer, è una delle cose più belle uscite nel 2010. Gonjasufi ha un anima blues ricoperta dai più svariati strati musicali, presi da epoche e da posti diversi. Gongjasufi ha una voce dalle infinite coloriture, a metà tra Screamin’ Jay Hawkins e Horace Handy ma con la gola abrasa dall’abuso.
Vi propongo, per inizairvi a questa religione, il pezzo più dub dell’album: Kobwebs, con una batteria blues/progressive, andamento ripetitivo e rituale, sinuoso come una danza derviscia, che ricorda le bellissime contaminazioni degli ultimi anni di vita di Nusrat Fathe Ali Khan.
Calma e nervosismo. E’ difficile stare in equilibrio, cantare con un unico registro, arrivare in fondo sensa sussulti. Una ballata a metà tra Jethro Tull e Kate Bush ma con una sua drammatica, sotterranea originalità. La cantante siede con la sua arpa davanti ad un gruppo di pochi spettatori ma è come se fosse in piedi da sempre. Il pianoforte entra prepontemente sui 4.00 senza essere stato chiamato, il pianista si scusa per l’intrusione. Le corde dell’arpa continuano ad essere pizzicate, il piano entra ancora ma la voce comanda. Alti e bassi, discese e salite, acuti che prendono il volo, quasi fosse black music e invece siamo in un bosco medievale popolato di folletti, soldati innamorati, un’oscurità pronta a esplodere in un mondo di caos senza leggi. La cantante non sa se urlare di rabbia o sussurrare, è in bilico. Gli spettatori ascoltano in silenzio e non capiscono il testo; lei accortasi di questo, li guarda e dice: “non cercate di capirmi, se siete qui è perchè non avete mai capito voi stessi”.
Joanna Newsom – Soft as Chalk (dal nuovo album triplo “Have One on Me“) Il mio primo post su questo blog è stato 3 anni fa e scrissi proprio della bellissima Emily di Joanna Newsom http://www.quellochesento.it/2007/02/le-onde-anomale-e-il-mare-calmo/