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Postdub
Scritto da joe il 11 Lug 2010

Vex'd1Di Vex’d vi ho già parlato qualche anno fa in occasione del loro brano Angel con un post dal titolo Epicentro. Il duo, composto da Jamie Teasdale e Roly Porter praticamente si è dissolto ma ha lasciato un album postumo, Cloud seed, con i brani composti tra il 2006 e il 2007 ricco di spunti per andare oltre il Dubstep e vedere cosa succede e di cose ne succedono tante in questo album. I paesaggi sonori sono sempre le periferie urbane desolate, notturne e cupe che incutono angoscia o quasi terrore. Le influenze sono più ambient e industrial. Ritmi opprimenti, suoni netti con preziose sfumature. Un album sperimentale ricco di spunti che metterà a frutto qualcun altro o loro stessi con altri progetti differenti da Vex’d. Il brano più maturo, a mio parere, è Heart Space un dub classico dove il carattere di Vex’d si esprime nei dettagli.

Radici
Scritto da joe il 09 Mag 2010

Un pezzo punk oggi nTheHorrorson può certo colpirci per l’originalità, il genere non lascia spazio per questo. Tuttavia anche a distanza di decenni è possibile apprezzarlo se ne coglie lo spirito, un buon pezzo punk ti prende al primo ascolto e scende giù dritto fino ad arrivare alle viscere e ti viene subito voglia di riascoltarlo. The Horrors vengono da Londra, con il loro ultimo album ,Primary colours, hanno dimostrato di saper fare un album che ripesca sonorità punk/new waves senza che il tutto risulti retrò o trito e ritrito. Vi propongo in questo post, New ice age.  il brano più punk dell’intero album ed è il pezzo che a me piace di più. Di quella gloriosa era c’è l’essenza, l’immediatezza, la velocità, l’urgenza, il disagio e la disperazione trasformata in arte. Diciamo che in questo brano tutto concorre molto efficacemente a questo risultato; in più ci sono un’atmosfera particolarmente cupa e un pizzico di shoegaze ad impreziosire.

The Very Best
Scritto da pim il 17 Gen 2010

Il Malawi è uno stato repubblicano africano senza sbocco sul mare, grande un terzo dell’Italia e con più di 11 milioni di abitanti che vivono con un dollaro al giorno. La capitale del Malawi si chiama Lilongwe. Laggiù, Esau Mwamwaya suonò la batteria in alcune band prima di trasferirsi a Londra dove aprì un negozio di oggetti usati a Clapton. Un giorno un signore di nome Etienne Tron comprò una bicicletta usata da Esau e fece amicizia con il negoziante. Etienne è un DJ belga di un duo chiamato Radioclit assieme a Johan Karlberg.
I protagonisti di questa storia divennero amici e decisero di chiamarsi The Very Best.
E’ riduttivo classificare il loro primo album Warm Heart of Africa come World Music. Ripensandoci il termine stesso World Music è di fatto privo di senso e propongo una petizione per la sua abolizione. La musica è un’espressione artistica e, come tale, “contaminata e contaminante”, risultato di secoli di storia umana e incontri tra sensibilità e sentire diversi. Tutto è world music, dalla canzone in vernacolo toscano all’ultimo pezzo di Stefani Joanne Angelina Germanotta (si, proprio lei: Lady GaGa).
Detto questo The Very Best sono fenomenali e contagiosi. Africa ed Europa, Elettronica e tradizione si incontrano, fanno ballare ed evocano momenti e paesaggi del caldo cuore africano.

The Very Best – Yalira (da Warm Heart of Africa)

Collegamenti:
http://profile.myspace.com/index.cfm?fuseaction=user.viewprofile&friendID=173297045
http://en.wikipedia.org/wiki/The_Very_Best

La sagra
Scritto da pim il 08 Nov 2009

Odori da ristorante di sagra paesana, i tempi lenti di una vita che scorre in modo trascinante. Arriva musica da una piazza poco lontana, il sole sta tramontando e l’odore delle castagne arrosto ti avvolge come non ti aveva mai avvolto. Alzi gli occhi verso il palco e ascolti una band presentata come londinese-campagnola-folk’n'roll.
I suonatori resteranno sul palco finchè la sagra non chiuderà e la sagra non chiuderà finchè i suonatori resteranno sul palco.  Quello che senti e quello che vorresti d’un tratto sono la stessa cosa.

Mumford & Sons – Little Lion Man (da Sigh No More)

Niente di simile
Scritto da joe il 30 Ago 2009

a maggio è uscito un bel dischetto, praticamente ignorato dalla stampa italiana. Where we are album di debutto dei My Toys Like Me.  Loro fondamentalmente sono un duo: Frances Noon vocalist e front-woman di notevole presenza scenica e da Laslo Legezer all’hardware e al software. Siamo in ambito pop-tronica, Trip-hop, ogni brano è un’invenzione sonora con spunti molto originali su cui si stende la personalissima voce di Frances con venature jazz e tendenze insane. Consigliamo All over my face anche se tutto il disco merita.

La puoi ascoltare qui

Ordinarie storie d’amore
Scritto da joe il 16 Dic 2007
Unghie dipinte di rosso su dita che percuotono con sicurezza i tasti di un piano, una linea di trucco appena percettibile, una voce emozionata che canta al mondo la sua storia d’amore ordinaria, con quella venatura leggermente nera che la rende preziosa. Con quella incrinatura che descrive la nostalgia del quotidiano di un amore, che ti fa desiderare ancora di avere due spazzolini da denti nel bicchiere sul lavandino, o due tovagliette per colazione. Ti dispiace persino di non dover più togliere gli involucri del panino che lui lascia sempre in mezzo. Tuttavia il ritmo sostenuto, i battiti di mani, un irresistibile ritornello danno a Foundation di Kate Nash quel sapore ironico che allontana la tristezza …….. insomma lei alla fine fa le valige, ma chissà, forse ritorna.
L’album da cui è tratta Foundation è Made of bricks ma la canzone nasce prima come singolo.


La puoi ascoltare qui http://www.youtube.com/watch?v=orACIBjHuI4

Epicentro al cubo
Scritto da joe il 01 Dic 2007
Andiamo proprio all’epicentro, parliamo di quello di cui si parla di più: Radiohead. Con loro il 10 ottobre è finita l’epoca della musica legata ad un supporto, questa si è di nuovo smaterializzata. Tuttavia non c’è da fare i nostalgici, la musica è stata legata ad un supporto solo per un secolo, un tempo brevissimo rispetto alla durata della sua storia e preistoria. Pertanto i vinili, i CD, le audio cassette etc. etc. li possiamo considerare ora una specie di anomalia capitata per un piccolo periodo.
Dunque anche io come tanti sono andato sul loro sito e ho scaricato In Rainbows, quanto ho dato? Una sterlina! Sono stato tirchio? No lo so. Mi piace immaginare che, in un pomeriggio di quest’autunno ai nostri sia saltato un impegno , un’intervista, e trovandosi quell’ora di buco e la mia sterlina tra le mani in un appartamento di Oxford Street al centro di Londra, abbiano deciso di fare quattro passi per andare a comprare l’equivalente di un nostro Duplo, o forse proprio il Duplo. Ne hanno potuti comprare due per quella cifra. Siccome il Duplo ha 3 noccioline si può dividere bene in tre parti, pertanto hanno potuto dividersi cinque pezzettini di Duplo uno per uno e ne è avanzato uno che Thom York ha prepotentemente ingollato con la scusa che si sentiva depresso (è la parte più credibile di tutta la storiella?).
Insomma che dirvi, ho ascoltato e riascoltato questo disco, non me la sento di consigliarvi qualcosa. Mi sembra un disco che rimane dritto dritto nei suoi binari pop-rock senza discostarsi un millimetro da quello che uno si immagina Radiohead. certe volte non sopporto tutta questa coerenza. Avrei apprezzato di più se In rainbows fosse stato veramente un brutto disco. Eppure non c’è, in questo caso, nessuna casa discografica, nessun impresario a imporre cosa bisogna fare: il grande fratello siamo noi!
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