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Dia de Todos os Santos
Scritto da joe il 01 Nov 2009

DiaDeTodosOsSantos Scusatemi, mi sono preso qualche giorno di pausa. Ma tra le cose carine da ritrovare tornando a casa ci sono sicuramente questi miei messaggi nelle bottiglie. Bentrovati dunque! Questa settimana vi propongo e vi faccio ascoltare quella che, a mio parere, è la più bella canzone di una band inglese al secondo album. This is our lot dall’album Two dancers dei Wild Beasts. Le bestioline in questione costruiscono perfette melodie pop su intrecci di chitarre poliritmiche che poggiano su una batteria la cui funzione è inusuale. L’uso del falsetto può infastidire al primo ascolto ma vi prego di andare avanti per farvi catturare da questo brano che, come molte cose che mi piacciono, è ricco e generoso di idee e di spunti.
A dispetto del ritmo complessivo, il tono della canzone è nostalgico ed è con questa canzone che mi sento di celebrare i morti. Quelli che veramente sono morti ma anche tutte le persone della nostra vita che abbiamo perso perché se ne sono andate o perché ce ne siamo andati noi.

la puoi ascoltare qui

Versione dal vivo

Il tetto della mansarda
Scritto da pim il 22 Feb 2009

Africa che non esiste e mai è esistita, ma anche Giamaica, Mediterraneo e chissà quant’altro. E’ un’Africa newyorchese, di 4 giovani ragazzi che si fanno chiamare Vampire Weekend.
Possiamo tentare di elencare i mostri sacri che devono ringraziare (Talking Heads, Peter Gabriel, Paul Simon e tanti altri). Possiamo scommettere se tra qualche anno saranno considerati meteore o geni del pop, ma il loro primo omonimo e in parte autoprodotto LP è maledettamente irresistibile, pop fresco e scansonato sporcato da miriadi di suoni diversi (reggae, ska, world music per semplificare), ritmicamente carico e serrato.
Concedetemi uno strappo alla regola, questo è uno dei rari casi in cui è difficile estrarre un solo pezzo da consigliare. Elenco almeno 4 gioielli: Mansard Roof, 2 fulminanti minuti densi di sonorità, strumenti e linguaggi musicali; Cape Cod Kwassa Kwassa, M79 (forse la mia preferita), The Kids Don’t Stand A Chance. Lunga vita a questo modo di fare musica, alle feste sulla spiaggia, ai violini reggae.

Dove ascoltare:
http://www.youtube.com/watch?v=JlgNFwoApec (Mansard Roof)
http://www.youtube.com/watch?v=KTjwXwl_be8 (M79)
http://www.youtube.com/watch?v=9wHl9qRsMzw (Cape Cod Kwassa Kwassa)
http://www.youtube.com/watch?v=sc-w35Z16zg (The Kids Don’t Stand A Chance)

Collegamenti:
http://www.myspace.com/vampireweekend
http://it.wikipedia.org/wiki/Vampire_Weekend
http://www.vampireweekend.com/

Asprezza urgente
Scritto da joe il 11 Giu 2008
Sebbene molti dicano che siano il fenomeno in ambito pop-rock più pompato dai media inglesi del momento, questo non toglie niente alla bellezza delle canzoni dei Foals del loro album di debutto Antidotes. Olympic Airways è tra le altre una perfetta canzone pop, che ti fa muovere la testolina a ritmo. Molti dicono che I Foals cavalcano furbescamente una scia fortunata solcata prima di loro da Battles, !!!, Block party, Tv on the radio (uno di loro li ha prodotti) ma a me Foals piacciono di più dei Battles dei Block party etc etc o anche dei novelli These new puritans. Secondo me le ascendenze sono anche più … più lontane. Anzitutto l’attitudine è punk, ma le nostre orecchie abituate a quelle sonorità non percepiscono più la trasgressività del genere, punk è soprattutto il modo di cantare, “a slogan” urlati, declamati, in alcuni episodi del disco rotti da quella specie di iodel disperato alla Lydon. La musica è ricca e composta da strati soprattutto fatti di chitarre sovrapposte eppure precisamente incastrate tra loro in una poliritmia che ricorda molto funk e r n’b e pertanto i Talking heads dei dischi africani. Ed infine spesso le chitarre s’incantano ripetendo in loop lo stesso riff, e questo crea una sospensione in contrasto con la frenesia dei ritmi e degli arpeggi come succede nella musica minimalista.
Ma è l’immediatezza delle canzoni,
le giovani asprezze della linfa che stillano, la necessità di un’urgenza espressiva, la potenza compatta delle loro perfomances dal vivo a rendere questo esordio davvero imperdibile.

Piccole tribù crescono
Scritto da joe il 24 Ago 2007
E’ ancora estate, lasciatemi cazzeggiare di nuovo! É ancora tempo di ferie o comunque, come nel mio caso, di scarsa pressione sul lavoro. E allora vi propongo il singolo che ha preceduto l’ultimo album degli Architecture in Helsinki, che si chiama Places like this, il brano in questione è Heart it race. Quando conoscevo gli AIH solo di nome pensavo ad un gruppo finlandese che faceva quel tipo di musica che sta bene nei musei di arte moderna, che “arreda” gli spazi, qualcosa di stiloso tra ambient ed elettronica. Ma gli AIH sono burloni e vengono da Melburne, Australia e la loro musica è quanto di più lontano da quello che suggerisce il loro nome. Sono infatti un collettivo di sei persone con calde attitudini funk, il cui elemento preponderante è la sorpresa. Il loro suond è ricco e condito con la strumentazione più disparata: non disdegnano un po’ di elettronica ma li scopriamo anche a percuotere cianfrusaglie varie, insieme a grancasse, ci sono poi coretti degni di Olivia Newton Jones in Grease, versi quasi animaleschi, incursioni di bande di paese e una bella sezione di fiati dove emerge ogni tanto un bel sassofono baritono. Per capire meglio il loro spirito un po’ caciarone si veda il video che riprende la Band in una performance parigina, il giorno prima del concerto ufficiale, organizzata chiamando a raccolta i fans e facendosi prestare da una casa privata l’energia elettrica per la strumentazione.
Heart it race è un canto tribale con cori e percussioni dal sapore caraibico, i primitivisvi e i tribalismi del mondo dei nostri giorni sono fusi ad una buona dose d’ironia. Nel video degli sciamani mascherati con materiali riciclati insieme a pupazzi/idoli di peluche eseguono un rito di estrazione dei cuori con il quale raggiungono il mondo delle tenebre i cui abitanti,non meno divertenti, hanno tratti fluorescenti.
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