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Sogni perduti durante notti insonni
Scritto da pim il 30 Mag 2010

CeresAnche noi abbiamo i nostri Tom Waits, le nostre chitarre sbilenche, le notti senza fondo che non portano a niente. Da Caserta con furore, Riccardo Ceres sbarca con un blues tarantellato fatto di sogni perduti durante notti insonni, di fantasmi cavalcati e di caffè nero.
Anche noi abbiamo un vocione che insegue una fisarmonica in locali piccoli e senza luce e ci dice (lo sapevate?) che ragionando non si può parlare d’amore.
E’ un’occasione come un’altra per giocare a dadi con i pensieri e con noi stessi. Perchè l’occasione crea dei sogni però a volte sono sbagliati.

Riccardo Ceres – Il Sonno ( da “Riccardo Ceres in James Kunisada Carpante”).
La puoi ascoltare su MySpace (http://www.myspace.com/rceres)

Signorina ci svegliamo, lo prendiamo sto caffè. Stete nera? Bevete nero che la soluzione c’è e lo zucchero vi riempie, e poi non capite niente, come al letto con il diavolo come fosse un filtro magico, che v’ho messo tra le dita giusto in men che se ne dica e non ve ne siete accorta di portarvelo alla bocca che Leonardo di pingeva diciassette volte al giono, vi ho guardato come un cieco e voi abbandonata al sonno. E v’ho vista, dormivate, abbracciata dall’estate e le nuovole, lì attorno, serbar luce al nuovo giorno eravate notte fresca che mi coccolava il cuore troppo in ansia per la fretta di lasciare la ragione la ragione la lasciamo a chi vuole ragionare :” Brigadiè, ragionando non si può parlar l’amore.” E di nuovo signorina che ne dite ci svegliamo sulla tenda spinge il giorno evoi abbandonata al sonno. Vizzie muzzeche capate vas’ belll’ svulinate vocca e mare voccaa bella ‘pe stu marenaro e stelle stelle e cielo stelle e terra’ pe abballà sta tarantella nnammurata sguajatella, ‘pe vuje che site a cchiù bella Signorina lo sapevo che si freddava il caffè pure tanto abbiamo fatto per non fare si che è e la mente lo diceva che la tratteneva il cuore pulcinella mio dell’anima m’ha fregato all’occasione l’occasione crea dei sogni però a volte sò sbagliati sulla pietra detta mondo, pure i sogni controllati. ” Miei sigori dela corte sono pronyo per la gogna. So fetente sò carogna, preerisco sogni e sonno.” Vizzie muzzeche capate vas’ belll’ svulinate vocca e mare vocca bella ‘pe stu marenaro e stelle stelle e cielo stelle e terra’ pe abballà sta tarantella nnammurata sguajatella, ‘pe vuje che site a cchiù bella Vizzie muzzeche capate, uè maronna e che capate da lu suonn’ site asciuta parevate appena nata secuta luna, secuta o’ sole, ‘pe chi vole ffa l’ammore ‘che pensiere e che’ virtù pò’ nun ve veriette chiù.

losers
Scritto da joe il 13 Set 2009

ralfe_bandIo spesso mi sento da questa parte,  mi sento come in un fiume in piena che va in una direzione che a me non piace, mi oppongo con forza ma al massimo non mi muovo, figuratevi poi immaginarsi di cambiarne il corso. Non ci penso più oramai. Spendo le mie residue energie per raggiungere un pezzo di ramo che si protende dagli argini fangosi un po’ più verso di me che arranco. Verso gli argini la corrente mi sembra più forte o è che io sono ancora più stanco. Finalmente ci sono, mi tiro su e raggiungo la riva. Sono un tutt’uno con col terreno bagnato, ho freddo, ma non mi sposto guardo le foglie con lo sfondo del cielo sopra di me e faccio un respiro profondo, poi chiudo gli occhi. Quando riprendo le forze mi metto in cammino ma tutto intorno a me c’è un bosco deturpato da detriti di ogni genere, guastato da migliaia di buste plastica, il bosco è un esile perimetro di un’enorme discarica che si stende a perdita d’occhio, non mi resta che attraversarla e rovistare un po’ intorno tra il pattume. Non si sa mai cosa ti può portare un luogo del genere ci sono vecchie foto, pezzi di mobili, suppellettili, cofanetti di lettere, pezzi di vita con cui ci si può divertire a ricostruire la parte mancante, vecchie storie. Ma ci sono anche altre persone che come me si sono perse e che magari come me rovistano nel pattume,: l’altera e scostante regina della munnezza con bellissimo mantello di cellophane trasparente e una coroncina di piombo tutta stortignaccola, i predoni del pattume, una combriccola di malandrini ubriaconi poco affidabili ma che conoscono la vita più di me. Tutte persone da evitare, ma infine mi accodo affascinato da un mucchio di menestrelli strampalati, che si chiamano Ralfe Band innamorati di walzer e ballate, me ne dedicano una lentissima che si chiama St. Mark door e che ha la luce tremolante dei vecchi film del cinema muto e la cui gentile melodia appena sussurrata mi ripaga di tutto quello che ho dovuto affrontare per raccogliere questo piccolo e delicato fiore.

L’album è Attic Thevies

Ralfe Band su Wikipedia

Scusatemi se insisto
Scritto da joe il 22 Mar 2008
Già, sono qui a parlarvi ancora una volta, di Beirut, perché lo merita. Così sarà il primo singolo della storia ad avere due lati A e magari, non lo so, forse anche un lato B, pertanto destinato a sconvolgere non solo la storia della musica ma anche quella della geometria dei piani, Euclidea e non. Naturalmente scherzo! il disco, The Flying Club Cup, mi piace molto e vi propongo ancora un brano: Cliquot. Un’altra ballata, inizia con una fisarmonica, ma mi piace moltissimo quando entrano i fiati che se ne vanno da un altra parte rispetto alla melodia principale. Mi piace moltissimo quando nell’ultima strofa cantata c’è un abbassamento di tonalità, quasi come se iniziasse un altro brano, la canzone si arricchisce e si impreziosisce accennando solamente un’altra melodia. Nelle versioni video offerte da YouTube, anche se sono apprezzabili per l’atmosfera, questi due piccoli fiori perdono qualche petalo, sono un po’ appassiti, finiscono per non esserci. Consiglio pertanto di ascoltare la versione in studio. Tarabucche maracas tamburelli e archi fanno il resto e non è poco.
Un – Pa Pa
Scritto da joe il 23 Feb 2008
Ci sono giorni più duri di altri, e alcuni particolarmente duri, per la fatica o la mancanza di fiducia. Quando decido di dare un taglio netto alla serata e di andare al letto un po’ prima. Tuttavia diverse pagine del libro sul comodino non sono sufficienti a fiaccare l’ansia e farmi cadere nel sonno. Finalmente riesco a trovare un momento di raccoglimento riparandomi dal freddo e rincattuncciandomi un po’ meglio sotto le coperte. Prendo gli auricolari del mio lettore mp3 e metto A sunday smile di Beirut dall’album The flying cup. Un avvolgente valzer mi abbraccia, mi fa compagnia e accoglie la mia anima. Sembra che Beirut sappia che ho un debole per i cori scalcinati. Che bella la musica di questo americano col nome di una città mediorientale, con una passione per la mittel-europa, per i titoli in francese e per quelle bande balcaniche che avevano acceso i nostri entusiasmi più di dieci anni fa. Tuttavia l’operazione non ha nulla a che vedere con le migliaia di cloni fricchettoni della colonna sonora di Underground che sono nati in Italia come funghi da 10 anni a questa parte. Su questo tipo di suoni Beirut adagia un modo di cantare molto particolare, classico, quasi da divo del passato, infine un organetto accompagna il tutto con ritmi sincopati e ci riporta da un altra parte del mondo cioè ai caraibi. A sunday smile la promuovo a pieni voti anche perché dopo un po’ mi sono scoperto a canticchiarla, stravolgendola, con un sommesso coro muto nel bagno, o quando mettevo a posto i piatti, o a squarciagola in macchina mentre attendevo al semaforo. Quindi non è vero, come dice qualcuno, che a causa della superofferta di musica, non si ha più il tempo per imparare le canzoni, non le si canticchia più, non si leggono e imparano i testi. In fondo il senso di QCS è proprio questo: contro la velocità di esaudire e prevenire i desideri che conduce alla mancanza di desiderio, preferiamo fermarci su un particolare e guardarlo con la lente d’ingrandimento per godere ancora delle molte cose belle che ci circondano.

http://www.youtube.com/watch?v=MAir96N3iOs&feature=related

Io sono affezionato alla versione in studio, ma questa dal vivo è particolare e il sapore caraibico è fornito da un ukulele che chiude e apre il pezzo invece che dall’organetto di cui sopra .

Testo della canzone: http://www.lyricstime.com/beirut-a-sunday-smile-lyrics.html

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Scritto da pim il 15 Set 2007

Dissonante, tenebroso, dissacrante, di altri tempi (Sessanta o Settanta?), un pezzo da novanta, stralunato e allucinato, destabilizzante. Organi e trombe, fantasmi finalcuttiani e barrettiani, musica non allineata. Musicisti di grido pronti a lavorare gratis pur di suonare per lui. Genio, forse si. Lasciate che usi questo termine per una volta.
Olandese, cinquant’anni suonati, ha dormito per venti anni ed è stato ripescato da Tom Waits.
Dice che il punk l’ha inventato lui nel 1961. L’ultimo album di Danny Cohen (Shades of Dorian Gray) è un viaggio psicotico che arriva come una sassata direttamente dalla fine degli anni sessanta, una macchina del tempo con un pilota ubriaco e dalla voce gracchiante. Un album che se fosse uscito qualche decennio fa, oggi sarebbe materia di esame alla maturità.
Beneath The Shroud chiude l’album in modo terrificante, marcia funebre con la voce storpiata in studio.
No page with that title exists, dice Wikipedia quando lo cercate.
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