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Niente di simile
Scritto da joe il 30 Ago 2009

a maggio è uscito un bel dischetto, praticamente ignorato dalla stampa italiana. Where we are album di debutto dei My Toys Like Me.  Loro fondamentalmente sono un duo: Frances Noon vocalist e front-woman di notevole presenza scenica e da Laslo Legezer all’hardware e al software. Siamo in ambito pop-tronica, Trip-hop, ogni brano è un’invenzione sonora con spunti molto originali su cui si stende la personalissima voce di Frances con venature jazz e tendenze insane. Consigliamo All over my face anche se tutto il disco merita.

La puoi ascoltare qui

Bizzarri oggetti sonori avvolgono una pantera nella notte
Scritto da joe il 02 Ott 2008

Dopo un decennio circa, i nomi più importanti del Bristol Sound si sono rifatti vivi. Così anche Leila Arab in arte Leila, astro minore e un po’ tardivo del Trip Hop, ha fatto ritorno con l’album Blood, looms and blooms e questo appare più grande dei suoi inizi. Il beat interrotto di quell’epoca si riconosce solo a tratti, più evidenti sono le bizzarrie elettroniche lanciate in più direzioni o forse prelevate da più situazioni. Non a caso l’etichetta è la mitica Warp. Ma si sa qui parliamo di canzoni, e allora dallo scrigno scegliamo Daisies, cats and spacemen cantata dalla sorella di Leila, Roya. Del Trip Hop riconosciamo l’andamento sinuoso ed elegante come l’incedere di una pantera in una giungla di notte. Non so perché gli eccessi d’eleganza a me appaiono ridicoli, non so se riesco a comunicare questa mia particolare opinione estetica. Forse per questo mi piace questo pezzo, questo incedere è quasi impercettibilmente incidentato, ha qualcosa di strano, di meccanico, di non completamente naturale, forse a causa della folla di alieni oggetti sonori che vagano nel brano. Voglio attribuire a questo la volontà di non prendere troppo sul serio tutta questa eleganza, di aggiungere un pizzico d’ironia se non altro per renderla più credibile, o meno ridicola.
La puoi ascoltare qui anche se il video non centra niente: http://video.google.it/videosearch?q=leila+daisies&hl=it&emb=0&aq=f#

A coloro che sono caduti dopo la gloria
Scritto da joe il 01 Giu 2008
Ci vuole un coraggio bestiale a mettersi di nuovo in gioco, dopo avere pubblicato un album come Dummy che forse si può considerare il più importante cd degli anni novanta, dopo il successo planetario del loro tour. Dopo le depressioni che ne conseguono, dopo i viaggi durati 10 anni in terre lontane. Ci vuole un lavoro profondo su se stessi per convincersi a liberarsi dall’ossessione di ripetere lo stesso successo di Glory box.
Siamo contenti che i Portishead ci siano riusciti, e a 11 anni di distanza dal loro secondo album in studio abbiano deciso di regalarci “Third”. Album non facile da decifrare e proprio per questo sorprendente, in cui i nostri sono riconoscibilissimi ma al tempo stesso molto cambiati, come se la loro evoluzione fosse continuata in tutti questi anni ma noi non ne abbiamo conosciuto le tappe intermedie. Sono venute fuori dal tunnel queste tracce in cui Beth Gibson continua a cantare le sue melodie grondanti dolore, con quella voce al limite tra l’implorazione e il sussurro, ma le basi sono più scarne, le canzoni hanno gettato via tutti gli orpelli cinematografici e stilosi e sono approdate ad un essenza spiglosa, fatta soprattutto di ritmi duri, ripetitivi, dal sapore industrial. Difficile estrarre una traccia da quest’opera così varia e nuova e a tratti ostica, ma vado sul facile: un singolo è il brano più immediato, magari che avvicina chi non conosce il genere. Magic doors è perfetta per questo, la struttura è in sintonia con il resto del CD, il testo suggerisce la confessione di un addio o di un tradimento, i barriti finali, un altro piccolo dono, sembrano qualcosa che viene da lontano, quasi perfette trombe tenute costrette dai lontani anni ottanta in qualche dove e all’improvviso riemerse in questa disperata esplosione che poi si riorganizza lanciando un appoggio per il ritornello finale.

La puoi ascoltare qui http://it.youtube.com/watch?v=iRANMwVvKTE&feature=related

Fantasmi
Scritto da pim il 23 Mag 2008

Archi e voce parlata, poi arriva una voce che colpisce fino in fondo. Talento.
Certe cose ascoltate una decina di inverni fa riparati dietro pinte di stout. Fantasmi di Radiohead e Portishead, frammenti (o sensazioni?) dei vecchi U2.
Ma il suono si sporca. C’è tensione. Difficile pensare ad un uso più efficace dell’elettronica. Percussioni sempre più opprimenti. Archi sempre più invadenti.
Un rapper entra furtivo dalla finestra, dice qualcosa, nessuno lo capisce e se ne va.
I don’t understand this language. You fight fire with fire and we all get burned. Scherzano forse con il passato (o con il fuoco) gli Stateless e This Language (feat. Lateef the Truth Speaker) è il pezzo che ho faticosamente estratto dal loro notevole album di esordio (Stateless).
La puoi ascoltare qui:
http://www.myspace.com/statelessonline

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