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Non sono affascinato dal misticismo e dall’esoterismo. Non sopporto molto neanche gli sballatoni tutti dread e ganja. Tantomeno quelli che vivono isolati ai bordi del deserto del Mojave a caccia di peyote. Queste cose hanno il sapore di un’ortodossia e di una rigidezza lontana da me. Insomma mi sono sorpreso molto quando le mie orecchie mi hanno portato al cospetto di Gonjasufi, un nome repellente che è tutto un programma. Le mie orecchie, vi dicevo, mi hanno condotto fino a lui e ne sono rimasto affascinato perché l’album del maestro di yoga Sumach Valentine, alias Gonjasufi appunto, dal titolo A sufi and a killer, è una delle cose più belle uscite nel 2010. Gonjasufi ha un anima blues ricoperta dai più svariati strati musicali, presi da epoche e da posti diversi. Gongjasufi ha una voce dalle infinite coloriture, a metà tra Screamin’ Jay Hawkins e Horace Handy ma con la gola abrasa dall’abuso.
Vi propongo, per inizairvi a questa religione, il pezzo più dub dell’album: Kobwebs, con una batteria blues/progressive, andamento ripetitivo e rituale, sinuoso come una danza derviscia, che ricorda le bellissime contaminazioni degli ultimi anni di vita di Nusrat Fathe Ali Khan.
E’ ancora una volta Brooklyn a partorire cose interessanti, è ancora una volta la Warp Records a portare alla luce cose preziose come Veckitimest, l’ultimo bellissimo album dei Grizzly Bear. La mia traccia preferita è Ready, Able, questa è una ballata pop che ha il ritmo di un respiro dove le sonorità sono piene, generose e vibranti, l’intreccio sembra semplice perché c’è una batteria e una chitarra elettrica entrambi molto classiche e preponderanti, ma ad ascoltare bene il pezzo, si scopre un tappeto complesso di suoni dove fanno capolino anche degli archi di un’orchestra sapientemente dosata. Il testo suggerisce vagamente la colpa per un tradimento o qualcosa dal quale difficilmente si può tornare indietro, ma tutta l’operazione penso sia volutamente inintellegibile. Non ci aiuta neanche il bellissimo video che ci rende visibile un microcosmo immaginato sotto i fili d’erba, penso io , della disabitata isola di Veckitimes, al largo del Massachusset, con creature di plastilina psichedelica, donne che danno in pasto omini ai loro iguana/animali-domestici ricavandone effetti lisergici e astronavi di cristallo che ci assorbono portandoci via dalla foresta popolata dagli stessi Grezzly Bear di palstilina che restano lì a catare per gli strani esseri che la popolano.
Ready, Able I’m gonna take a stab at this Surely we’ll be alright Make a decision with a kiss Maybe I have frostbite And when I shuffled on back home I made sure all my tracks in the snow were gone Tissue and bone it was a tryst This isn’t a gunfight Checking it off of my list Unable to write Five years, countless months and a loan
Hope I’m ready, able to make my own, good home
They go we go, I want you to know, what I did I did, They go we go, I want you to know, what I did I did.
Certo ci vuole un bel coraggio ad intraprendere un progetto solista se si proviene da una delle band più apprezzate del momento. Kyp Malone, uno dei componenti più caratterizzanti dei TV on the Radio ha pubblicato recentemente un album a nome Rain Machine. E’ inevitabile purtroppo fare dei confronti ma se l’è cercata. Rain Machine è un percorso originale rispetto alla casa madre da cui si distanzia pur tuttavia mantenendo una certa assonanza. Un’operazione difficile ma tutto sommato riuscita. Dell’album non mi piace tutto e soprattutto, non mi piace quanto “Dear Science”, devo dire però che uno dei primi brani in scaletta “New last name” è bellissimo: Malone suona tutto da solo, da semplici legnetti che costituiscono per gran parte del pezzo l’unica percussione, alle due chitarre, una che gioca ad acchiapparello con la melodia e l’altra che si avvolge a spirale intorno alla prima con semplici arpeggi. Tutto ruota attorno alla sua incredibile voce nera e molto root, a quel modo quasi percussivo di cadenzare e di sottolineare le consonanti, ai suoi emozionanti falsetti.
Rain Machine e i TV on the radio sono simili ma opposti, sono come due facce di una stessa medaglia, negativo e positivo di una stessa immagine. In contrasto con ciò che avviene nei TV on the radio dove l’aggiunta di vari strati di suono costituisce la trama complessa delle loro canzoni riempendo di suoni tutto il tempo e lo spazio, in questa canzone si fa notare il lavoro di un sapiente Malone che ha saputo limare con attenzione e pazienza tutto il superfluo per fare emergere una bellezza pura ed essenziale.
La maggior parte delle volte la musica che ascoltiamo è miscelata agli immancabili rumori che ci circondano. Qualche volta la nostra mente riesce a filtrare il brano, ma tante altre volte la musica si fonde con rumori e suoni di fondo creando versioni uniche del brano adattate a quell’ambientazione sonora specifica. Molti musicisti, sin dall’inizio del novecento, hanno giocato con questo fenomeno intromettendo nei loro brani interferenze sonore varie come clacson, rumori di traffico, suoni di graffi su dischi di vinile, salti falsi da un solco all’altro, rumori radio, squilli di telefono, brusii TV, pezzi di sermoni di telepredicatori, esorcisti e molto altro ancora. Penso che il senso di tutto ciò sia creare un mood sonoro, un ambientazione d’ascolto o solo una piccola meraviglia per coloro che scoprono questi giochi. Vi sono rumori, come l’interferenza delle onde radio dei cellulari un attimo prima che questo squilli che sentiamo anche se abbiamo le cuffie. Sparrow look up the machine dei Flaming Lips, dal loro recente album Embryonic, è una grande canzone pop-rock con arrangiamento sui generis. Chitarre al limite della distorsione con ritmi in levare, voci filtrate sullo sfondo a cantare poche semplici frasi di testo come un mantra, batteria con ritmi ruvidi che non assecondano affatto quelli della chitarra. Vocalizzi animaleschi. Atmosfere Kraut.
Ma voglio sottolineare quell’ interferenza verso i 2 minuti e 40 secondi che se stai sentendo il brano in macchina ti fa prendere il cellulare in mano, sei quasi sicuro che il telefono tra un istante squilerà e invece no, è una burla dei nostri Flaming Lips. Sanno che attendiamo una telefonata, sanno che siamo un po’ sempre in attesa di una telefonata. Gli ascolti successivi ci fanno apprezzare quel rumore anche musicalmente.
Tuttavia non bastano le acque cristalline, i luoghi perfetti, soffi di vento sospirati, lo stormire di fronde, le foglie dei lecci guardati dal basso come fanno la formica e la dorifora. I fragranti aghi di pino sul sentiero che i miei piedi disabituati sentono sotto i soffici polpastrelli. Le voci amiche mi sono care ma non riescono a darmi la serenità di cui avrei bisogno. Allora cerco almeno un po’ di tregua che trovo per una manciata di secondi. La trovo in The neighbors una sorta di ninnanana che canta St. Vincent (album: Actor). Strana e classica al tempo stesso che ti ritorna in mente ma che non riesci poi a canticchiare facilmente. E’ una bella preghierina da ascoltare prima di andare a letto augurando a me e a tutti un domani migliore di oggi.
La puoi ascoltare qui
The Neighbors
Sister say a prayer for us one we learned from the nuns and such. I won’t believe not a word you speak just make it sweet to hear. Let’s pour wine in coffee cups and drive around the neighborhood And shine the headlights on houses until all the news is good.
Oh no! What would your mother say? Oh no! What would your father do? Oh no! What would the neighbors think? Oh no!
How am I supposed to sleep? Roaming blackouts on the streets Oh not a word not another speech we’ll run the headlights down These kids are foaming at the mouth psychotropic capricorns Tomorrow’s some kind of Strangerland where all the news is good.
Oh no! What would your mother say? Oh no! What would your father do? Oh no! What would the neighbors think? Oh no! If they only knew.
How can Monday be alright then on Tuesday lose my mind? Tomorrow’s some kind of stranger who I’m not supposed to see.
Lo so non è un dischetto recente, ma non posso fare a meno di segnalarvi i CYHASY ovvero i Clap your hand and say yeah, gruppo indie-rock di Brookyn con due cd all’attivo, vi presento questa meraviglia tramite la canzone che a me piace di più: In this home on ice, l’album è l’ultimo, Some Loud Thunder, uscito un paio di anni fa.
Viene in mente altra gente di New York tipo i Velvet Underground o David Byrne. Ci sento anche un po’ di Pixies nel loro ritmo saltellante e, nella versione dal vivo di questa canzone (da The black session, vi prego ascolate anche questa versione), viene fuori un’anima da menestrello che mi ricorda il Dylan di Planet wave. Ma non temete con CYHASY non c’è nessuna operazione nostalgia, c’è molto della storia del rock ma la musica è attualissima. Il ritmo è scanzonato, veloce, quasi allegro, la voce è sempre al limite invece, disperata, implorante, un po’ malata. Tante idee come piace a me. Cosa vogliamo di più da una canzone? Che ci entri dentro, che ci tocchi nel profondo, che ci coinvolga, che ci viene voglia di riascoltarla e di cantarla. Non temete succede soprattutto questo con In this home on ice.
Ascoltala qui
Versione da vivo accettabile
“In This Home On Ice”
Blue you radiant blue I don’t know how you can stand next to me You you talk like a noose And only confuse my perplexity Now that I’m so sad and not quite right I could dance all night I could dance all night
Shake your rattle-snake skin And become a part of society Wait on down the highway To see how far I’ll come a-run a-run run running All that we had salvaged from the fire Was a waste of time (But) what a waste of time
Should I trust all the rust that’s on TV I guess with some distaste I disagree With quite a fashionable dispassion for The dispossessed under-stressed Gimme gimme gimme gimme gimme And I don’t care if you don’t like it Or just don’t see
Now that we fattened the cow And set out to plow unknown enemies “Wow!” shouts the startled crowd “How now did you see what I did see?” the ravaged cabbage drifts on dark red skies and it looks so nice gee it looks so nice
shout just let it on out confusion becomes a philosophy down we’re reaching the town where we don’t have to stand around and look over our shoulders hell I never knew was what we made it let’s just take it slow IN THIS HOME ON ICE
Dopo 3 anni di silenzio e la recente scomparsa del sassofonista LeRoi Moore la Dave Matthews Band ritorna con un nuovo eccellente album (Big Whiskey and the GrooGrux King). Per iniziare vi consiglio il singolo Funny The Way It Is. Se ascoltato con attenzione rivela una grande complessità con molti livelli di lettura, numerosi cambi di genere (funky, rock, soul), frequenti nei pezzi della DMB e crescendo vocali e musicali. Si sente una freschezza artistica non comune per un gruppo con una storia quasi ventennale. Un pezzo che non dispiacerà alle radio, testo degno di traduzione, profondo musicalmente e poeticamente.
Collegamenti:
http://www.davematthewsband.com/ http://www.davematthewsband.it/ http://it.wikipedia.org/wiki/Dave_Matthews_Band
Qualche volta c’è bisogno di tornare indietro in molti sensi, l’estate poi è ricca di profumi, che mi riportano ad altre di molti anni fa, qualcuna vissuta pericolosamente vicino alla bocca di un vulcano, pomeriggi in camere di ragazzini piene di oggetti, reperti di passati altrui, mi piaceva stare lì ed assorbire tutto quell’umore di west coast, di libertà, di creatività, di spirito di rinnovamento, spirito di rinascita. Gli odori di burro e salvia, della resina dei pini che mi portava il vento della sera quando ero disteso sugli aghi. Quelle estati erano condite con molte note ma in quasi tutte c’era un po’ di soul e di blues, e quando viene l’estate ho bisogno come allora di un po’ di soul un po’ di blues per sentimi addosso quel calore e un po’ di quel languore struggente. Destroyer dei Retribution Gospel Choir, dal loro omonimo album d’esordio è perfetta per tutto questo, chiudete gli occhi e respirate profondamente lasciatevi trasportare dalle ruvide chitarre, dalla voce maledettamente blues e dalla pienezza del suono classicamente rock di questo trio di Duluth, Minnesota, UnitedStates.
I am the destroyer I am the angel of death My head is filled with fire I hear the voices of the dead
Well I watched my angry father Turning circles in the ground And I saw the great devourer Yeah he cut my father down
Well I could have been a sailor Lay my life down for the queen But when the ocean took my brother That put a curse on everything
So I ran to the feet of Jesus He said “Where the hell you been, boy?” I’ve been to the top of the highest mountain
Questa versione dal vivo non rende giustizia alla bellezza della versione in studio, ma non ho trovato altro di disponibile su web
http://www.youtube.com/watch?v=AjBt5ukuSi0&feature=related
http://www.myspace.com/soleandtheskyriderband